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Testi di riferimento sull'educazione Stampa


LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ALLA DIOCESI E ALLA CITTÀ DI ROMA
SUL COMPITO URGENTE DELL'EDUCAZIONE

Dal Vaticano, 21 gennaio 2008

Cari fedeli di Roma,

ho pensato di rivolgermi a voi con questa lettera per parlarvi di un problema che voi stessi sentite e sul quale le varie componenti della nostra Chiesa si stanno impegnando: il problema dell'educazione. Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro di questa nostra città. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale.

Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Viene spontaneo, allora, incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla inoltre di una "frattura fra le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori.

Dobbiamo dunque dare la colpa agli adulti di oggi, che non sarebbero più capaci di educare? E' forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita.

Cari fratelli e sorelle di Roma, a questo punto vorrei dirvi una parola molto semplice: Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale.

Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Chi crede in Gesù Cristo ha poi un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene.

Cari fratelli e sorelle, per rendere più concrete queste mie riflessioni, può essere utile individuare alcune esigenze comuni di un'autentica educazione. Essa ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: penso a quella prima e fondamentale esperienza dell'amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori. Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore.

Già in un piccolo bambino c'è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita.

Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme.

Arriviamo così, cari amici di Roma, al punto forse più delicato dell'opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano.

L'educazione non può dunque fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione.

Carissimi fedeli di Roma, da queste semplici considerazioni emerge come nell'educazione sia decisivo il senso di responsabilità: responsabilità dell'educatore, certamente, ma anche, e in misura che cresce con l'età, responsabilità del figlio, dell'alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro. E' responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo.

La responsabilità è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa. Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l'immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male. La società però non è un'astrazione; alla fine siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno. C'è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società, a cominciare da questa nostra città di Roma, diventi un ambiente più favorevole all'educazione.

Vorrei infine proporvi un pensiero che ho sviluppato nella recente Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo", come scriveva l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.

Non posso dunque terminare questa lettera senza un caldo invito a porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore.

Vi saluto con affetto e vi assicuro uno speciale ricordo nella preghiera, mentre a tutti invio la mia Benedizione.

 


APERTURA DEL CONVEGNO DELLA DIOCESI DI ROMA

NELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Lunedì, 11 giugno 2007

Cari fratelli e sorelle,

per il terzo anno consecutivo il Convegno della nostra Diocesi mi offre la possibilità di incontrarvi e di rivolgermi a voi tutti, affrontando la tematica sulla quale la Chiesa di Roma si concentrerà nel prossimo anno pastorale, in stretta continuità con il lavoro svolto nell'anno che si sta concludendo. Saluto con affetto ciascuno di voi, Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici che partecipate con generosità alla missione della Chiesa. Ringrazio in particolare il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi.

Il tema del Convegno è "Gesù è il Signore. Educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza": un tema che ci riguarda tutti, perché ogni discepolo confessa che Gesù è il Signore ed è chiamato a crescere nell'adesione a Lui, dando e ricevendo aiuto dalla grande compagnia dei fratelli nella fede. Il verbo "educare", posto nel titolo del Convegno, sottintende però una speciale attenzione ai bambini, ai ragazzi e ai giovani e mette in evidenza quel compito che è proprio anzitutto della famiglia: rimaniamo così all'interno di quel percorso che ha caratterizzato negli ultimi anni la pastorale della nostra Diocesi. E' importante soffermarci anzitutto sull'affermazione iniziale, che dà il tono e il senso del nostro Convegno: "Gesù è il Signore". La ritroviamo già nella solenne dichiarazione che conclude il discorso di Pietro a Pentecoste, dove il primo degli Apostoli ha detto: "Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!" (At 2,36). Analoga è la conclusione del grande inno a Cristo contenuto nella Lettera di Paolo ai Filippesi: "Ogni lingua proclami che Gesù è il Signore, a gloria di Dio Padre" (2,11). Ancora San Paolo, nel saluto finale della Prima Lettera ai Corinzi, esclama: "Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Maranà tha: vieni, o Signore" (1 Cor 16,22), tramandandoci così l'antichissima invocazione in lingua aramaica di Gesù come Signore. Si potrebbero aggiungere diverse altre citazioni: penso al dodicesimo capitolo della stessa Lettera ai Corinzi, dove san Paolo dice: "Nessuno può dire: «Gesù è il Signore» se non sotto l'azione dello Spirito Santo" (1 Cor 12,3). E così dichiara che questa è la confessione fondamentale della Chiesa, guidata dallo Spirito Santo. Potremmo pensare anche al decimo capitolo della Lettera ai Romani, dove l'Apostolo dice: "Confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore" (Rm 10,9), ricordando anche ai cristiani di Roma che questa parola -  «Gesù è il Signore» - è la confessione comune della Chiesa, il fondamento sicuro di tutta la vita della Chiesa. Da queste parole si è sviluppata tutta la confessione del Credo Apostolico, del Credo Niceno. Anche in un altro passo della Prima Lettera ai Corinzi Paolo afferma: "Anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra... " - e sappiamo che anche oggi ci sono tanti cosiddetti dèi sulla terra - per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui" (1 Cor 8,5-6). Così, fin dall'inizio, i discepoli hanno riconosciuto in Gesù risorto colui che è nostro fratello in umanità, ma fa anche tutt'uno con Dio; colui che con la sua venuta nel mondo e in tutta la sua vita, la sua morte e risurrezione ci ha portato Dio, ha reso in maniera nuova e unica Dio presente nel mondo, colui dunque che dà significato e speranza alla nostra vita: in lui incontriamo infatti il vero volto di Dio, ciò di cui abbiamo realmente bisogno per vivere.

Educare alla fede, alla sequela e alla testimonianza vuol dire aiutare i nostri fratelli, o meglio aiutarci scambievolmente, ad entrare in un rapporto vivo con Cristo e con il Padre. E' questo, fin dall'inizio, il compito fondamentale della Chiesa, come comunità dei credenti, dei discepoli e degli amici di Gesù. La Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, è quella compagnia affidabile nella quale siamo generati ed educati per diventare, in Cristo, figli ed eredi di Dio. In lei riceviamo quello Spirito "per mezzo del quale gridiamo «Abbà, Padre!»" (Rm 8,14-17). Abbiamo sentito ora nell'omelia di sant'Agostino che Dio non è lontano, è divenuto "via" e la "via" stessa è venuta a noi. Egli dice: "Alzati, pigro, e comincia a camminare!". Cominciare a camminare vuol dire inoltrarsi sulla "via" che è Cristo stesso, nella compagnia dei credenti; vuol dire camminare aiutandoci reciprocamente a divenire realmente amici di Gesù Cristo e figli di Dio.

L'esperienza quotidiana ci dice - e lo sappiamo tutti - che educare alla fede proprio oggi non è un'impresa facile. Oggi, in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", della crescente difficoltà che s'incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell'esistenza e di un retto comportamento, difficoltà che coinvolge sia la scuola sia la famiglia e si può dire ogni altro organismo che si prefigga scopi educativi. Possiamo aggiungere che si tratta di un'emergenza inevitabile: in una società e in una cultura che troppo spesso fanno del relativismo il proprio credo - il relativismo è diventato una sorta di dogma -, in una simile società viene a mancare la luce della verità, anzi si considera pericoloso parlare di verità, lo si considera "autoritario", e si finisce per dubitare della bontà della vita - è bene essere uomo? è bene vivere? - e della validità dei rapporti e degli impegni che  costituiscono la vita. Come sarebbe possibile, allora, proporre ai più giovani e trasmettere di generazione in generazione qualcosa di valido e di certo, delle regole di vita, un autentico significato e convincenti obiettivi per l'umana esistenza, sia come persone sia come comunità? Perciò l'educazione tende ampiamente a ridursi alla trasmissione di determinate abilità, o capacità di fare, mentre si cerca di appagare il desiderio di felicità delle nuove generazioni colmandole di oggetti di consumo e di gratificazioni effimere. Così sia i genitori sia gli insegnanti sono facilmente tentati di abdicare ai propri compiti educativi e di non comprendere nemmeno più quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. Ma proprio così non offriamo ai giovani, alle nuove generazioni, quanto è nostro compito trasmettere loro. Noi siamo debitori nei loro confronti anche dei veri valori che danno fondamento alla vita.

Ma questa situazione evidentemente non soddisfa, non può soddisfare, perché lascia da parte lo scopo essenziale dell'educazione, che è la formazione della persona per renderla capace di vivere in pienezza e di dare il proprio contributo al bene della comunità. Cresce perciò, da più parti, la domanda di un'educazione autentica e la riscoperta del bisogno di educatori che siano davvero tali. Lo chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli, lo chiedono tanti insegnanti che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole, lo chiede la società nel suo complesso, in Italia come in molte altre nazioni, perché vede messe in dubbio dalla crisi dell'educazione le basi stesse della convivenza. In un simile contesto l'impegno della Chiesa per educare alla fede, alla sequela e alla testimonianza del Signore Gesù assume più che mai anche il valore di un contributo per far uscire la società in cui viviamo dalla crisi educativa che la affligge, mettendo un argine alla sfiducia e a quello strano "odio di sé" che sembra diventato una caratteristica della nostra civiltà.

Tutto questo non diminuisce però le difficoltà che incontriamo nel condurre i fanciulli, gli adolescenti e i giovani ad incontrare Gesù Cristo e a stabilire con Lui un rapporto duraturo e profondo. Eppure proprio questa è la sfida decisiva per il futuro della fede, della Chiesa e del cristianesimo ed è quindi una priorità essenziale del nostro lavoro pastorale: avvicinare a Cristo e al Padre la nuova generazione, che vive in un mondo per gran parte lontano da Dio. Cari fratelli e sorelle, dobbiamo sempre essere consapevoli che una simile opera non può essere realizzata con le nostre forze, ma soltanto con la potenza dello Spirito. Sono necessarie la luce e la grazia che vengono da Dio e agiscono nell'intimo dei cuori e delle coscienze. Per l'educazione e formazione cristiana, dunque, è decisiva anzitutto la preghiera e la nostra amicizia personale con Gesù: solo chi conosce e ama Gesù Cristo può introdurre i fratelli in un rapporto vitale con Lui. E proprio mosso da questa necessità ho pensato: sarebbe utile scrivere un libro che aiuti a conoscere Gesù. Non dimentichiamoci mai della parola di Gesù: "Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv 15,15-16). Perciò le nostre comunità potranno lavorare con frutto ed educare alla fede e alla sequela di Cristo essendo esse stesse autentiche "scuole" di preghiera (cfr Lett. ap. Novo millennio ineunte, 33), nelle quali si vive il primato di Dio.

L'educazione inoltre, e specialmente l'educazione cristiana, l'educazione cioè a plasmare la propria vita secondo il modello del Dio che è amore (cfr 1Gv 4,8.16), ha bisogno di quella vicinanza che è propria dell'amore. Soprattutto oggi, quando l'isolamento e la solitudine sono una condizione diffusa, alla quale non pongono un reale rimedio il rumore e il conformismo di gruppo, diventa decisivo l'accompagnamento personale, che dà a chi cresce la certezza di essere amato, compreso ed accolto. In concreto, questo accompagnamento deve far toccare con mano che la nostra fede non è qualcosa del passato, che essa può essere vissuta oggi e che vivendola troviamo realmente il nostro bene. Così i ragazzi e i giovani possono essere aiutati a liberarsi da pregiudizi diffusi e possono rendersi conto che il modo di vivere cristiano è realizzabile e ragionevole, anzi, di gran lunga il più ragionevole. L'intera comunità cristiana, nelle sue molteplici articolazioni e componenti, è chiamata in causa dal grande compito di condurre le nuove generazioni all'incontro con Cristo: su questo terreno, pertanto, deve esprimersi e manifestarsi con particolare evidenza la nostra comunione con il Signore e tra noi, la nostra disponibilità e prontezza a lavorare insieme, a "fare rete", a realizzare con animo aperto e sincero ogni utile sinergia, cominciando dal contributo prezioso di quelle donne e di quegli uomini che hanno consacrato la propria vita all'adorazione di Dio e all'intercessione per i fratelli.

E' del tutto evidente, però, che nell'educazione e nella formazione alla fede una missione propria e fondamentale ed una responsabilità primaria competono alla famiglia. I genitori infatti sono coloro attraverso i quali il bambino che si affaccia alla vita fa la prima e decisiva esperienza dell'amore, di un amore che in realtà non è soltanto umano ma è un riflesso dell'amore che Dio ha per lui. Perciò tra la famiglia cristiana, piccola "Chiesa domestica" (cfr Lumen gentium, 11), e la più grande famiglia della Chiesa deve svilupparsi la collaborazione più stretta, anzitutto riguardo all'educazione dei figli. Tutto quello che è maturato nei tre anni che la nostra pastorale diocesana ha dedicato specificamente alla famiglia va dunque non solo messo a frutto ma incrementato ulteriormente. Ad esempio, i tentativi di coinvolgere maggiormente i genitori e gli stessi padrini e madrine prima e dopo il battesimo, per aiutarli a capire e ad attuare la loro missione di educatori della fede, hanno già dato risultati apprezzabili e meritano di essere continuati e di diventare patrimonio comune di ciascuna parrocchia. Lo stesso vale per la partecipazione delle famiglie alla catechesi e a tutto l'itinerario di iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adolescenti.

Sono molte, certamente, le famiglie impreparate a un tale compito e non mancano quelle che sembrano non interessate, se non contrarie, all'educazione cristiana dei propri figli: si fanno sentire qui anche le conseguenze della crisi di tanti matrimoni. Raramente si incontrano però genitori del tutto indifferenti riguardo alla formazione umana e morale dei figli, e quindi non disponibili a farsi aiutare in un'opera educativa che essi avvertono come sempre più difficile. Si apre pertanto uno spazio di impegno e di servizio per le nostre parrocchie, oratori, comunità giovanili, e anzitutto per le stesse famiglie cristiane, chiamate a farsi prossimo di altre famiglie per sostenerle ed assisterle nell'educazione dei figli, aiutandole così a ritrovare il senso e lo scopo della vita di coppia. Passiamo adesso ad altri soggetti dell'educazione alla fede.

Man mano che i ragazzi crescono aumenta naturalmente in loro il desiderio di autonomia personale, che diventa facilmente, soprattutto nell'adolescenza, presa di distanza critica dalla propria famiglia. Si rivela allora particolarmente importante quella vicinanza che può essere assicurata dal sacerdote, dalla religiosa, dal catechista o da altri educatori capaci di rendere concreto per il giovane il volto amico della Chiesa e l'amore di Cristo. Per generare effetti positivi che durino nel tempo, la nostra vicinanza deve essere consapevole che il rapporto educativo è un incontro di libertà e che la stessa educazione cristiana è formazione all'autentica libertà. Non c'è infatti vera proposta educativa che non stimoli a una decisione, per quanto rispettosamente e amorevolmente, e proprio la proposta cristiana interpella a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla conversione. Come ho detto al Convegno ecclesiale di Verona, "un'educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l'amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà" (Discorso del 19 ottobre 2006). Quando avvertono di essere rispettati e presi sul serio nella loro libertà, gli adolescenti e i giovani, pur con la loro incostanza e fragilità, non sono affatto indisponibili a lasciarsi interpellare da proposte esigenti: anzi, si sentono attratti e spesso affascinati da esse. Vogliono anche mostrare la loro generosità nella dedizione ai grandi valori che sono perenni e costituiscono il fondamento della vita.

L'educatore autentico prende ugualmente sul serio la curiosità intellettuale che esiste già nei fanciulli e con il passare degli anni assume forme più consapevoli. Sollecitato e spesso confuso dalla molteplicità di informazioni e dal contrasto delle idee e delle interpretazioni che gli vengono continuamente proposte, il giovane di oggi conserva tuttavia dentro di sé un grande bisogno di verità: è aperto quindi a Gesù Cristo che, come ci ricorda Tertulliano (De virginibus velandis, I,1), "ha affermato di essere la verità, non la consuetudine". E' nostro compito cercare di rispondere alla domanda di verità ponendo senza timori la proposta della fede a confronto con la ragione del nostro tempo. Aiuteremo così i giovani ad allargare gli orizzonti della loro intelligenza, aprendosi al mistero di Dio, nel quale si trova il senso e la direzione dell'esistenza, e superando i condizionamenti di una razionalità che si fida soltanto di ciò che può essere oggetto di esperimento e di calcolo. E' quindi molto importante sviluppare quella che già lo scorso anno abbiamo chiamato "pastorale dell'intelligenza".

Il lavoro educativo passa attraverso la libertà, ma ha anche bisogno di autorevolezza. Perciò, specialmente quando si tratta di educare alla fede, è centrale la figura del testimone e il ruolo della testimonianza. Il testimone di Cristo non trasmette semplicemente informazioni, ma è coinvolto personalmente con la verità che propone e attraverso la coerenza della propria vita diventa attendibile punto di riferimento. Egli non rimanda però a se stesso, ma a Qualcuno che è infinitamente più grande di lui, di cui si è fidato ed ha sperimentato l'affidabile bontà. L'autentico educatore cristiano è dunque un testimone che trova il proprio modello in Gesù Cristo, il testimone del Padre che non diceva nulla da se stesso, ma parlava così come il Padre gli aveva insegnato (cfr Gv 8,28). Questo rapporto con Cristo e con il Padre è per ciascuno di noi, cari fratelli e sorelle, la condizione fondamentale per essere efficaci educatori alla fede.

Il nostro Convegno parla molto giustamente di educazione non solo alla fede e alla sequela, ma anche alla testimonianza di Gesù Signore. La testimonianza attiva da rendere a Cristo non riguarda dunque soltanto i sacerdoti, le religiose, i laici che hanno nelle nostre comunità compiti di formatori, ma gli stessi ragazzi e giovani e tutti coloro che vengono educati alla fede. La consapevolezza di essere chiamati a diventare testimoni di Cristo non è pertanto qualcosa che si aggiunge dopo, una conseguenza in qualche modo esterna alla formazione cristiana, come purtroppo spesso si è pensato e anche oggi si continua a pensare, ma al contrario è una dimensione intrinseca ed essenziale dell'educazione alla fede e alla sequela, così come la Chiesa è missionaria per sua stessa natura (cfr Ad gentes, 2). Fin dall'inizio della formazione dei fanciulli, per arrivare, con un cammino progressivo, alla formazione permanente dei cristiani adulti, bisogna quindi che mettano radici nell'animo dei credenti la volontà e la convinzione di essere partecipi della vocazione missionaria della Chiesa, in tutte le situazioni e circostanze della propria vita: non possiamo infatti tenere per noi la gioia della fede, dobbiamo diffonderla e trasmetterla, e così rafforzarla anche nel nostro cuore. Se la fede realmente diviene gioia di aver trovato la verità e l'amore, è inevitabile provare desiderio di trasmetterla, di comunicarla agli altri. Passa di qui, in larga misura, quella nuova evangelizzazione a cui il nostro amato Papa Giovanni Paolo II ci ha chiamati. Un'esperienza concreta, che potrà far crescere nei giovani delle parrocchie e delle varie aggregazioni ecclesiali la volontà di testimoniare la propria fede, è la "Missione giovani" che state progettando, dopo il felice risultato della grande "Missione cittadina".

Nell'educazione alla fede un compito molto importante è affidato alla scuola cattolica. Essa infatti adempie alla propria missione basandosi su un progetto educativo che pone al centro il Vangelo e lo tiene come decisivo punto di riferimento per la formazione della persona e per tutta la proposta culturale. In convinta sinergia con le famiglie e con la comunità ecclesiale, la scuola cattolica cerca dunque di promuovere quell'unità tra la fede, la cultura e la vita che è obiettivo fondamentale dell'educazione cristiana. Anche le scuole statali, secondo forme e modi diversi, possono essere sostenute nel loro compito educativo dalla presenza di insegnanti credenti - in primo luogo, ma non esclusivamente, i docenti di religione cattolica - e di alunni cristianamente formati, oltre che dalla collaborazione di tante famiglie e della stessa comunità cristiana. La sana laicità della scuola, come delle altre istituzioni dello Stato, non implica infatti una chiusura alla Trascendenza e una falsa neutralità rispetto a quei valori morali che sono alla base di un'autentica formazione della persona. Un discorso analogo vale naturalmente per le Università ed è davvero di buon auspicio che a Roma la pastorale universitaria abbia potuto svilupparsi in tutti gli Atenei, tanto tra i docenti che tra gli studenti, e sia in atto una feconda collaborazione tra le istituzioni accademiche civili e pontificie.

Oggi più che nel passato l'educazione e la formazione della persona sono influenzate da quei messaggi e da quel clima diffuso che vengono veicolati dai grandi mezzi di comunicazione e che si ispirano ad una mentalità e cultura caratterizzate dal relativismo, dal consumismo e da una falsa e distruttiva esaltazione, o meglio profanazione, del corpo e della sessualità. Perciò, proprio per quel grande "sì" che come credenti in Cristo diciamo all'uomo amato da Dio, non possiamo certo disinteressarci dell'orientamento complessivo della società a cui apparteniamo, delle tendenze che la animano e degli influssi positivi o negativi che essa esercita sulla formazione delle nuove generazioni. La presenza stessa della comunità dei credenti, il suo impegno educativo e culturale, il messaggio di fede, di fiducia e di amore di cui è portatrice sono in realtà un servizio inestimabile verso il bene comune e specialmente verso i ragazzi e i giovani che si stanno formando e preparando alla vita.

Cari fratelli e sorelle, c'è un ultimo punto sul quale desidero attirare la vostra attenzione: esso è sommamente importante per la missione della Chiesa e chiede il nostro impegno e anzitutto la nostra preghiera. Mi riferisco alle vocazioni a seguire più da vicino il Signore Gesù nel sacerdozio ministeriale e nella vita consacrata. La Diocesi di Roma negli ultimi decenni è stata allietata dal dono di molte ordinazioni sacerdotali, che hanno consentito di colmare le lacune del periodo precedente e anche di venire incontro alle richieste di non poche Chiese sorelle bisognose di clero; ma i segnali più recenti sembrano meno favorevoli e stimolano tutta la nostra comunità diocesana a rinnovare al Signore, con umiltà e fiducia, la richiesta di operai per la sua messe (cfr Mt 9,37-38; Lc 10,2). In maniera sempre delicata e rispettosa, ma anche chiara e coraggiosa, dobbiamo rivolgere un peculiare invito alla sequela di Gesù a quei giovani e a quelle giovani che appaiono più attratti e affascinati dall'amicizia con Lui. In questa prospettiva la Diocesi destinerà qualche nuovo sacerdote specificamente alla cura delle vocazioni, ma sappiamo bene che in questo campo sono decisivi la preghiera e la qualità complessiva della nostra testimonianza cristiana, l'esempio di vita dei sacerdoti e delle anime consacrate, la generosità delle persone chiamate e delle famiglie da cui esse provengono.

Cari fratelli e sorelle, vi affido queste riflessioni come contributo per il dialogo di queste serate e per il lavoro del prossimo anno pastorale. Il Signore ci doni sempre la gioia di credere in Lui, di crescere nella sua amicizia, di seguirlo nel cammino della vita e di rendergli testimonianza in ogni situazione, così che possiamo trasmettere a chi verrà dopo di noi l'immensa ricchezza e bellezza della fede in Gesù Cristo. Il mio affetto e la mia benedizione vi accompagnano nel vostro lavoro. Grazie per la vostra attenzione!


INCONTRO TESTIMONIANZA CON MONS. NEGRI

 

1° D. Giovanni: Che cosa significa educare?

Mons. Negri: Cerco di rispondere alla domanda fondamentale che un uomo ha e che emerge con immediatezza e con forza nel periodo dell'adolescenza e della prima giovinezza, anche se poi, se l'educazione viene adeguatamente realizzata, matura e cresce.

L'educazione non è sapere certe cose. Questo rivela tutto l'aspetto negativo dell'educazione legata semplicemente alla scuola, per cui un soggetto sarebbe educato perché andando a scuola e facendo un certo itinerario scolastico imparerebbe cognizioni e nozioni che sono importanti per la vita. Imparerebbe a conoscere il proprio passato, imparerebbe a conoscere dal punto di vista scientifico i vari aspetti della realtà e, se il cammino scolastico non è sbagliato, individuerebbe anche le linee per riconoscere ed attuare una professione. Questa è parte dell’educazione, ma non ne è l’aspetto essenziale, tanto è vero che una generazione educava l'altra anche quando non c'erano le scuole o quando le scuole non erano così diffuse. Non si può fare la seguente identificazione: conoscenze scolastiche - conoscenze scientifiche - conoscenze culturali ed educazione. L'educazione è qualcosa di più profondo, di più radicale, di più personale, che c'entra anche con la scuola, come c'entra con la vita della famiglia e con l'amicizia di adulti e di giovani o l'amicizia fra i giovani. L'educazione riguarda il senso della vita, quel desiderio di essere veramente se stessi, di sapere perché uno è venuto al mondo, perché deve vivere, perché incontra durante la sua esistenza circostanze positive o negative e sfide. Quando eravamo ragazzi si diceva: "È necessario sapere da dove si viene e dove si va". L'educazione è quindi il tentativo di rispondere alla domanda fondamentale che un ragazzo e un giovane hanno sulla  propria vita. Di tante cose particolari si può fare a meno, ma delle cose sostanziali no. Non è un particolare che si aggiunge: è sapere che la vita ha un senso e che i più grandi, gli adulti, non solo me lo insegnano, ma me lo testimoniano. L'educatore non è uno che parla e basta, uno che insegna e basta nel senso astratto della parola. L'educatore è un testimone, deve testimoniare quello in cui crede e per cui vive. Io ritengo sia importantissimo che una comunità parrocchiale nella festa del patrono recuperi la sua storia, recuperi la sua identità nella storia che ha vissuto. Credo che sia molto importante che una comunità parrocchiale si renda conto che la questione più importante che una parrocchia ha di fronte è l'educazione. È come una famiglia: una famiglia che non affronta e non vive il problema dell'educazione è una famiglia infedele alla propria identità. Anche la paternità e la maternità non sono soltanto la paternità e la maternità genitale. Uno non è padre o madre in senso pieno perché ha fatto nascere il bambino, perché si può far nascere il bambino e buttarlo nel cassonetto. C'è infatti un dilagare spaventoso di infanticidi, spaventoso dal punto di vista numerico. Ci sono addirittura bambini utilizzati come strumento di ricatto fra gli adulti, fra il marito e la moglie, eppure sono figli loro, li hanno generati. Ma se manca l'azione educativa è come se la maternità e la paternità si spegnessero, perché si dà la vita fisica, si dà la vita della persona nel suo aspetto fisico, ma se a questa vita non viene aggiunto il senso profondo del perché uno vive, credo che avvenga un sostanziale tradimento. Quindi l'educazione è la vocazione della comunità parrocchiale, come l'educazione è la vocazione della famiglia e della persona adulta. L'educazione non è un insieme di cose che si fanno, anche se può esprimersi in cose che si fanno, in iniziative, in capacità. L'educazione è fondamentalmente far passare nei ragazzi e nei giovani il senso della vita. Ma io posso farlo passare se ce l'ho, se lo vivo o lo desidero, se lo sto ricercando. Io cito spesso, e mi pare di averla già citato nel libro Emergenza educativa, una frase terribile di Georges Bernanos che lessi quando facevo il liceo. Bernanos è stato certamente una delle intelligenze cattoliche più lucide della Francia fra le due guerre. Egli dice: "Noi abbiamo chiesto alle generazioni che ci precedevano le ragioni per vivere” (l'educazione è anche una domanda sulle ragioni per vivere. Non che cosa devo sapere, ma perché esisto. Non che cosa devo fare, ma perché sono al mondo; qual è l'atteggiamento che devo avere verso me stesso, verso gli altri uomini, verso la natura, verso la storia, verso le circostanze. Se i tedeschi invadono la Francia, dovrò avere un criterio per giudicare quello che sta accadendo, se no non vado a combattere, sto nelle retroguardie). Diceva dunque Bernanos in un saggio: “Abbiamo chiesto ai nostri padri e ai nostri maggiori delle ragioni per vivere, come risposta ci hanno mandato a morire sulla Marna”. La Marna è stata la prima grande battaglia fra la Francia e la Germania, che ha comportato nel corso di due giorni interi la morte di trecentomila giovani francesi e tedeschi sul campo. Certa cultura, sia quella laica che quella cattolica, è morta sul campo di battaglia. La guerra ha dirottato i giovani su dei particolari importanti, perché non si era in grado di rispondere alla loro domanda. Adesso la Marna è un certo divertimento fatto il venerdì, il sabato e la domenica e su cui non si dà più nessun giudizio, né da parte degli adulti, né da parte delle autorità ecclesiali, né da parte delle istituzioni. Adesso la Marna è la discoteca, è quel grave ozio permissivo di tutti i desideri che vengono vissuti come diritti, è una realtà dove si spegne la vita. Questi ragazzi vengono lasciati liberi di divertirsi in un modo che provoca le stragi del  venerdì, sabato e domenica sera e che si avvicina al numero delle più sanguinose delle battaglie delle ultime due guerre. “C'è il benessere, non pensare a queste cose, cerca di star bene. Non pensare a queste cose, cerca di divertirti. Non pensare a queste cose, cerca di avere fortuna nel lavoro”: allora non la verità, ma il benessere; non la verità, ma il proprio comodo, quello che è comodo fare, quello che interessa fare immediatamente. Quando varcavo la soglia delle aule universitarie vedevo dei giovani a cui certamente avrei dovuto insegnare alcune cose specifiche che attenevano al mio insegnamento e che rispondevano anche al bisogno per cui essi si erano iscritti alla facoltà di Filosofia piuttosto che alla facoltà di Medicina. In quel momento avevo davanti ragazzi a cui bisognava insegnare cose particolari che sarebbero servite per comporre il quadro della loro cultura e addirittura per dare loro gli strumenti per una professione. Ma io leggevo, forse al di là di quello di cui erano coscienti, una domanda di senso ultimo, di verità ultima. Io credo che un adulto non possa mai incontrare dei giovani senza sentirsi rivolgere questa domanda e senza sentire che la sua responsabilità di uomo adulto deve essere innanzi tutto quella di dare questa risposta e poi declinarla nell'insegnamento. Questa risposta la danno il padre e la madre e poi la declinano non nell'insegnamento, ma nella vita concreta della famiglia, nello stare gomito a gomito facendo passare nell'altro i propri valori e ricevendo dall'altro i valori che vive. Dopo si declina tutto, ma prima bisogna avere questo impatto. "Tu hai bisogno della Verità e io ho incontrato questa Verità e avendola incontrata non posso che proportela, sperando che a tua volta tu faccia un cammino per scoprire se questa Verità che va bene a me e che rende così bella e lieta la mia vita può essere bella, vera e lieta anche per te". L'educazione è una vocazione dell'adulto, non solo una serie di iniziative. Certamente l'educazione si fa anche facendo il centro estivo in un certo modo, facendo i cineforum, facendo delle gite, insegnando certe materie, proponendo una serie di iniziative culturali, ma prima di tutto l'educazione è mettere in comune con l'altro, che non sa ancora il perché della sua vita, qual è il perché della mia vita. Se non faccio questo, io non maturo come persona e non do all'altro l'aiuto fondamentale che ha bisogno per vivere.

2° Don Giovanni: Che cosa si intende oggi per emergenza educativa?Mons. Negri: Il papa Benedetto XVI ha usato questo termine e ha cercato di chiarirlo in vari interventi. Con “emergenza educativa” si intende una impossibilità comunicativa fra il mondo adulto ed il mondo giovanile. Ogni passaggio generazionale implica una difficoltà, una fatica di rapporto e di comprensione nella comunicazione adeguata dei valori fondamentali. I valori trasmessi non possono essere vissuti dalla generazione successiva esattamente nello stesso modo in cui vengono comunicati. Quindi “emergenza” non vuol dire difficoltà generazionale, ma significa impossibilità comunicativa. Questa emergenza si rende presente in tutti gli aspetti della vita sociale, quindi emerge in modo diversificato nella vita della comunità parrocchiale, in molti punti degli ambienti familiari, nella cosiddetta compagnia giovanile e quindi anche nella scuola. Ci sono sempre delle difficoltà generazionali; non c'è nessuna famiglia che non abbia a che fare con i problemi di rapporto con i propri figli o con i più giovani. C'è per esempio, nel periodo giovanile, una tendenziale criticità dei giovani che non si fidano più immediatamente dell'adulto e delle sue proposte. Per questo, in certi momenti di passaggio, è importante che l'azione degli educatori, come i genitori, sia anche aiutata da  realtà più libere, da amicizie di giovani. Quello che diventa determinante per la crescita educativa dei giovani è che abbiano anche dei sani ambiti di compagnie di coetanei, non per vivere allo sbando, ma per vivere insieme delle proposte di vita che hanno ricevuto dagli adulti. La proposta viene ricevuta dall'adulto, ma non può essere verificata solo e fondamentalmente con l'adulto, perché c'è un'importanza dell'amicizia libera e del tempo libero. Un ragazzino matura anche se viene aiutato ad utilizzare il tempo libero in un certo modo. Se nel tempo libero va al centro estivo fa un passo verso la maturazione della sua personalità. Se invece è stato ad oziare davanti a un computer, seguendo tutti i video giochi del mondo o se è stato dentro a quei gruppi che si radunano a cavallo dei loro motorini... Vedo nelle piazze dei miei paesetti: molti ragazzi stanno lì tutto il pomeriggio a dire niente, a dire tutto e niente, è un tempo che non ha un esito educativo. Ma l'emergenza non è semplicemente la difficoltà di intesa fra la generazione adulta e la generazione giovane. L'emergenza educativa è che è in emergenza la possibilità stessa della comunicazione. Un giovane ha bisogno di sapere perché vive. Implicitamente o esplicitamente la generazione più giovane ci chiede delle ragioni per vivere. Di fronte a questa domanda zone sempre più vaste del mondo adulto non trovano contenuti per rispondere. La generazione degli adulti non trova più contenuti in sé perché ha assistito quasi impotentemente al lento esaurirsi dei valori. Vorrei ricordare a tutti uno straordinario editoriale del Corriere della Sera di Ernesto Galli Della Loggia intitolato “L’assenza dei padri”. Mettendo in fila una serie di avvenimenti spaventosi accaduti nelle scuole italiane e mai denunciati, egli dice: "Il padre era assente". L'assenza del padre, non soltanto in senso fisico, ma l'assenza della paternità. La paternità e la maternità sono un'accoglienza che comunica un valore vitale. Oggi noi ci troviamo di fronte a una generazione di adulti,  di età compresa fra i 25 e i 30-40 anni, che non sono oggettivamente in grado di fare una proposta. Non sono in grado perché non hanno ricevuto, a loro volta, un' adeguata educazione per una serie di motivi che si potrebbero anche analizzare, ma magari non è così necessario. Allora per emergenza educativa io intendo l'emergenza degli adulti. Se una generazione non è in grado di educare quella più giovane si spacca la società, perché la società nasce dalla comunicazione, di generazione in generazione, ai giovani delle ragioni per vivere che loro devono a loro volta interiorizzare e verificare. Quando non c'è più questo passaggio finisce la società. È come una metastasi nella società, invece di esserci una comunicazione c'è una chiusura, c'è una frattura, c'è una indifferenza nei giovani. È una reazione: il giovane si astrae dalla famiglia, si astrae anche dalla Chiesa, se la Chiesa non è una realtà educativa come dovrebbe essere, e si porta ai margini della società, vivendo di reazioni. Noi abbiamo una realtà giovanile già vecchia, perché il vecchio è quello che non ha più speranza. Non il vecchio in senso sostanziale, il vecchio che ha maturato una sua esperienza di vita, che proprio nel momento della maturità coglie il massimo della sua fecondità. Non è vero che la vecchiaia è spiritualmente e culturalmente un fatto negativo. La vecchiaia è un'espressione matura della personalità. Ma il vecchio così come siamo abituati a vederlo profilarsi nella vita della società è uno che non è diventato se stesso, che non ha vissuto la vita in modo protagonistico. Il giovane di oggi è come se fosse già segnato da questo fondamentale scetticismo. Non c'è niente che valga la pena di vivere, per cui si vivacchia. Gli ideali di vita dei giovani sono quelli che sono mutuati, senza nessuna capacità di discussione, dai mass media. I mass media sono quelli che fanno passare un'immagine di vita, un'immagine di impegno. L'immagine di vita proposta dai mezzi di comunicazione sociale è un'immagine di vita edonistica: fare tutto quello che si sente giusto fare per esprimere i propri bisogni reali, positivi o negativi, in questa grande Babele determinata dal fatto terribile e tragico della pedofilia nel campo ecclesiastico. Questo evento è stato certamente enfatizzato in modo da continuare una battaglia contro la Chiesa. Non so se voi sapete che nel frattempo i deputati di un partito importante della nostra repubblica hanno presentato un disegno di legge per la depenalizzazione dell'incesto. In Olanda c'è un movimento attivo di pedofili che ha un riconoscimento politico e siede in Parlamento. Quindi le devianze se sono nel clero sono negative e certamente lo sono. Ma sono negative nel clero e sono negative fra i genitori, sono negative fra gli insegnanti che statisticamente sono più esposti. Una generazione adulta che chiede la depenalizzazione dell'incesto che proposte di vita può avere per questi giovani? L'emergenza educativa consiste proprio nella difficoltà a comunicare. Gli adulti sono chiamati a prendere coscienza della loro identità e della loro responsabilità. Se perdono questa occasione perdono i figli, ma soprattutto non si realizzano pienamente come adulti.
3° Don Giovanni: In questa situazione come possono essere aiutati i genitori nel loro percorso educativo?Mons. Negri: Io credo che i genitori debbano essere ri-educati a vivere la loro azione educativa, perché spesso il matrimonio, anche quello aperto alla generazione dei figli e alla loro educazione, viene intrapreso con una certa approssimazione e con superficialità. È come se i due ragazzi si fossero sposati sull'onda di una grande affezione psicologica, di una grande intesa umana, di una notevole capacità di esprimere il loro bene in tutti i modi. Si sposano in Chiesa, non basta semplicemente dire "Noi ci vogliamo bene e non ci lasceremo mai!" La seconda parte della frase non si può dire tanto tranquillamente come se fosse una nostra capacità, perché è una domanda di aiuto per non essere sopraffatti dalla tentazione. Il sacramento del matrimonio non è dire semplicemente "Ci vogliamo bene", ma è riconoscere in questo bene una singolare presenza di Cristo, riconoscere in questo bene la possibilità che Lui solo possa fare di questa unità una realtà di Chiesa. La famiglia è Chiesa perché nell'unità fra un uomo e una donna entra Cristo con tutta la sua presenza, con tutta la sua vocazione, e fa dei coniugi una realtà sola. Non una confusione di individui, ma una comunione di vita, come quella che stringe la Chiesa al Signore. Cosa manca a tante famiglie cristiane? Ebbene esse non hanno lavorato sul loro matrimonio, che non è diventato oggetto di domanda. Il Papa nella bellissima lettera del 1983 a tutte le famiglie del mondo insisté sul fatto che nella famiglia si pregasse insieme, non come pratica di pietà ma come riconoscimento della presenza di Cristo, per ripartire ogni giorno da questa unità che nasce da Lui. Si lavora troppo e, purtroppo, rimane poco tempo per se stessi e per l'attenzione all'altro, per vivere insieme i passaggi importanti della vita familiare. I primi anni sono quelli in cui la famiglia di oggi è esposta al massimo della tentazione da parte della società. È necessario dire alle nostre famiglie che bisogna ricominciare un cammino educativo, dire loro il senso profondo del matrimonio, dire loro che non devono stare insieme per i loro interessi, ma per Cristo. Bisogna aiutare le coppie a capire che le difficoltà nell'ambiente della vita familiare, come la difficoltà nella vita ecclesiale, nella vita del prete e dei giovani, non sono una fatica, ma una condizione per crescere. Se i due giovani fan fatica, non devono andare ognuno per la propria strada perché così la fatica finisce, ma vanno aiutati a vivere questa difficoltà come domanda a Cristo: "perché sto facendo questa fatica? Che cosa vuoi Tu per me?".

Bisogna innanzitutto rieducare a una concezione vera della famiglia e quindi dell'educazione. Solo se c'è un'esperienza di maturità si comunica. È molto importante l'amicizia fra famiglie, perchè le difficoltà non si risolvono con formule astratte e neppure solo con il consiglio del sacerdote che può aprire una strada, né tantomeno con l'aiuto degli esperti psicologi che possono illuminare un aspetto della vita e della difficoltà. Le difficoltà si vincono perché uno vede che i due coniugi che sono più avanti di età sono passati attraverso queste difficoltà e lo possono aiutare a non disperare, ma a guardare avanti con fiducia consigliandolo. È in questa comunicazione che si realizza un'amicizia forte. L'amicizia fra le famiglie è fondamentale dal punto di vista educativo, perchè si impara la teoria e si vive la pratica. L'amicizia fra famiglie rende meno difficile questo cammino che bisogna fare per riscoprire la propria identità e la propria vocazione. Voi genitori farete fatica a far capire ai vostri figli che l'undicesimo comandamento non è ritornare a casa alle sei del mattino dalla discoteca e che potrebbe essere meglio ritornare all'una o alle due di notte. Ma quando i giovani rispondono che i genitori dei loro compagni consentono loro di fare quello che vogliono, è difficoltoso affrontare da soli queste posizioni impopolari. Se c'è un gruppo di famiglie che si aiuta e prende iniziative nei confronti dei giovani si possono proporre momenti di divertimento comune, come è accaduto alla mia generazione in cui adulti e ragazzi si divertivano insieme. Bisogna avere il coraggio di queste iniziative, bisogna saper dire dei no, soprattutto in quella fase di crescita del ragazzo in cui il genitore ha ancora delle responsabilità di fronte alla società e alle istituzioni. Se il ragazzo di 18-20 anni viene considerato totalmente autonomo dal nostro Stato che si preoccupa di emanciparlo dalla famiglia, non si può trattare allo stesso modo un quattordicenne o un quindicenne, anche se molte volte i genitori cedono davanti ai loro figli. Lo Stato di San Marino conta 30.000 abitanti. Appena sono arrivato si è costituita un'associazione di genitori che hanno avuto la tragedia di un figlio morto o in un incidente stradale o di overdose. Questi genitori si aiutano non solo per ricordare, ma si assumono delle responsabilità davanti alla società, cioè adottano dei ragazzi, fanno volontariato, partecipano attivamente alla vita delle loro parrocchie. Quando ho celebrato per la prima volta la messa con loro c'erano una cinquantina di famiglie. L'ultima volta sono stati letti i nomi dei ragazzi morti negli ultimi 5-6 anni. Erano 80 giovani su una popolazione di 30.000 abitanti. L'emergenza educativa è quindi aiutare gli adulti a riprendere coscienza della loro identità, perché la situazione è realmente grave, non soltanto dal punto di vista qualitativo, ma anche dal punto di vista quantitativo.  

4° Don Giovanni : Come tener desto il desiderio di vera felicità dei giovani? Come superare gli ostacoli nella comunicazione dei valori cristiani ai giovani?Mons. Negri: Non si tiene desto il desiderio di vera felicità nei giovani con dei discorsi. Ci sono stati momenti della nostra vita sociale in cui c'era il fascino dell'ascolto di una parola chiara o di una grande testimonianza che arrivava attraverso la cultura letteraria. Certe personalità hanno influito sulla nostra vita di giovani, parlandoci come se fossero una presenza. Penso all'insegnamento che abbiamo avuto da Manzoni, da Leopardi o dalla grande tradizione artistica del nostro paese. Credo che ai giovani si possa parlare, ma è come se questo discorso non riuscisse ad arrivare fino in fondo, perché ci si sente rispondere che la felicità è avere soldi in tasca. Il nostro paese brucia nelle lotterie e in quell'affannosa ricerca dei soldi a buon mercato e il giovane sente sempre dagli adulti discorsi sulla felicità legata ai soldi in tasca, all'avere tante donne e a fare quel che pare e piace. il Signore ha dato da mangiare ai poveri, ma ha detto che non di solo pane vive l'uomo. Quindi bisogna parlare ai giovani dei grandi ideali della vita. Bisognerebbe leggere con loro la Spe salvi di Benedetto XVI. Solo con la testimonianza il giovane comprende che la vita non è possesso, perché vede un uomo adulto che non vive secondo il possesso ed è felice. Allora la questione più importante per risvegliare il desiderio di felicità è fare incontrare i giovani con persone felici che vivono intensamente la loro umanità. Queste persone propongono un'esperienza diversa di vita che corrisponde ai veri ideali di vita, più di quelli astratti, edonistici e ideologici proposti dalla società. In passato sono state presentate teorie rivoluzionarie come se fossero la vera felicità. Il discorso sulla felicità deve partire innanzitutto da un' esperienza diversa di vita. Il Signore ha preso l'uomo con le parole e con i fatti. Noi invece ci fidiamo troppo dei discorsi e della teoria e nel momento in cui il nostro discorso diventa teorico, scendiamo al livello di tutte le teorie diffuse dai mass media.Non si è mai fatto niente per regolamentare il divertimento del sabato sera perché si toccano degli interessi miliardari. Perché non si riesce a fare niente contro la droga? Perché dietro ad essa c'è un impero mondiale gestito da personalità "per bene", che se ne stanno sedute nei consigli delle multinazionali del mondo. Si vince questa battaglia solo se noi portiamo nella vita dei giovani una "diversità". Pensiamo a come ha segnato la vita di molti giovani la testimonianza di Giovanni Paolo II, di Madre Teresa, di grandi santi che Dio concede alla sua Chiesa e che diventano importanti nella vita del popolo di Dio e di tutti gli uomini di buona volontà. Non possiamo parlare solo di felicità, ma mostrare che essa è un'esperienza del nostro presente che matura man mano che noi viviamo. San Paolo diceva in una maniera straordinaria: "Quello che avete visto, udito e amato in me, fatelo anche voi". Il Cristianesimo non è una teoria, ma un'esperienza di novità di vita in me e che comunico ai giovani perché a loro volta possano fare questa esperienza. I valori cristiani non sono teorie, non sono valori astratti, infatti davanti ai testimoni veri della fede non si discute… li si ammazza. Di fronte a un'esperienza viva di fede e di carità il mondo non si può limitare a discutere e a cercare di dimostrare dal punto di vista teorico che la vita senza Dio è meglio della vita con Dio: è impossibile dimostrarlo. Semmai vale l'inverso: è molto più difficile dimostrare che la vita senza Dio è migliore della vita con Dio. Non è un problema di discussione. Di fronte a un'esperienza di novità uno deve dire: "Per negare questa esperienza io devo negare Te". Non posso negare i valori che io porto, perché su di essi si imposta ogni giorno la mia vita. Un “no” radicale alla mia proposta significa, prima o poi, la negazione della presenza cristiana ed è quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. Dopo le grandi crisi delle ideologie, all'inizio del terzo millennio, noi pensavamo, forse ingenuamente, a un mondo dove fosse possibile dialogare, fosse possibile un confronto fra le varie posizioni religiose e laiche, pensavamo fossero finite le grandi ideologie che avevano creato i sistemi totalitari che hanno ucciso milioni di uomini, pensavamo fosse possibile una convivenza più benevola sulla base delle grandi domande che accomunano tutti gli uomini. Ci siamo trovati di fronte a un colpo di coda gigantesco del demonio. In questi anni il demonio sta combattendo una battaglia finale. Giovanni Paolo II negli ultimi anni della sua vita diceva che quella che si sta combattendo è una battaglia epocale, escatologica, è una battaglia fra il potere delle tenebre e la luce di Cristo. I Papi di ieri e di oggi aggiungono anche che si tratta di una battaglia escatologica nella Chiesa: non soltanto fra la Chiesa e il mondo, ma nella Chiesa che è invasa da una mentalità anticristiana. Se noi prendiamo la strada della testimonianza dobbiamo aspettarci quello che il Signore dice nel vangelo di San Giovanni: "l'odio del mondo" .L'ostacolo fondamentale che la fede incontra è che è diversa da quello che il mondo pensa. Il mondo vuole la soddisfazione ad oltranza dei propri istinti, mentre la fede introduce nella conoscenza della verità che è Gesù Cristo. La presenza che accoglie l’uomo e gli comunica qualche cosa di importante per la sua vita è un ostacolo per il mondo. Il Signore diceva: "Non scandalizzatevi di me", cioè non fate della lontananza che c'è fra la mentalità mondana e la fede una ragione contro la fede, piuttosto fate una ragione per aderire, perché se la fede non fosse così diversa sarebbe una cosa degli uomini. Il Figlio di Dio incarnato, la morte e la risurrezione e la vita legata all'incontro con Cristo sono di ostacolo per la mentalità banale e immediata che è diventata l'unica saggezza del mondo. Bisogna introdurre i giovani dentro a questa diversità che è una esperienza positiva di vita. Questa diversità non è solo affermare che noi credenti non viviamo come gli altri, ma che non viviamo come gli altri e siamo più felici. Questo è il tema sulla bellezza proposto da Benedetto XVI: la vita cristiana, proprio perché è una vita vera, è bella e noi sconfiggiamo il nemico, cioè il mondo senza Dio e contro Dio, sulla Bellezza, perché la vita dell'uomo senza Dio è tutto fuorché bella. Una vita  così non è vera perché non è l'affermazione di ciò che è e di ciò che esiste, cioè del Mistero di Cristo che cambia la vita dell'uomo. Dobbiamo far entrare i giovani in questa diversità accompagnandoli per mano perché questo discorso può essere duro. Anche quando il Signore parlava era duro credergli, era difficile comprendere che quello era il suo corpo e il suo sangue, ma era duro anche quando diceva che l'uomo non può lasciare la donna e viceversa. C'è una durezza oggettiva tra quello che il Signore è e quello che noi siamo abituati a vivere. L'educazione è una compagnia, per questo dobbiamo condurre i giovani dentro l'esperienza della famiglia, della Chiesa e aiutarli affinché realizzino un percorso lungo il quale le difficoltà sono presenti, ma sostenendoli perché non muoiano di fronte a qualsiasi problema. Anzi, la difficoltà deve essere un motivo per riprendere con più forza ed energia la strada che si sta percorrendo. 5° Don Giovanni: Chi è e che volto deve avere allora l'educatore?Mons. Negri: L'educatore è un uomo adulto che vive la verità della sua vita e che, nonostante tutti i suoi limiti, fa esperienza della positività del suo tempo, delle sue energie, del suo lavoro, del suo rapporto con gli altri. L'educatore è un uomo che mette in comune con l'altro questa novità di vita e cerca di spiegargliela e nella spiegazione può essere aiutato. Io vedo fondamentale la sinergia tra il prete e la famiglia, perché il prete è chiamato a dare ragioni della novità che la famiglia realizza. Vedo l'importanza di un aiuto fra parrocchia e famiglia. Quindi la prima alleanza è fra la Chiesa e la famiglia. L'altra alleanza è favorire attorno ai giovani quelle realtà di amicizie giovanili che consentono di fare esperienza diretta dei valori che noi comunichiamo. È facendo insieme esperienza che capiscono la verità dei valori che si propongono, è facendo caritativa che capiscono che la carità è più importante dell'egoismo, è facendo vacanze insieme che capiscono che la vita "non è uno sbattersi uno con l'altro". Occorre allora una realtà giovanile che faccia fare esperienza. Questo è fondamentale. La scuola nella sua esperienza normale è perduta, almeno fino a quando il nostro Stato non deciderà coerentemente un'impostazione, non dico cattolica, ma sanamente laica con una varietà di esperienze educative nella realtà della scuola pubblica. La scuola così com'è, se va bene non fa male. La scuola non è stata quel disastro che avrebbe potuto essere per la straordinaria testimonianza di centinaia di migliaia di insegnanti, di maestre della scuola primaria e di ogni ordine e grado, che hanno ridotto l'ideologismo astratto della scuola e le estraneità terribili tra adulti e giovani. All’insegnante viene fatta una domanda di educazione. L’insegnante non è in prima battuta l’educatore. L’educazione è affidata alla famiglia, poi alla Chiesa in modo sussidiario della famiglia e, in una realtà sociale variegata come la nostra, alla scuola, che così si carica di domande educative. All’insegnante è chiesto di essere anche educatore non nel senso di mettere accanto la funzione di insegnante, cioè di comunicazione di un certo modo di approccio della realtà secondo quel tipo di angolatura scientifica, letteraria, filosofica, ma di dare attraverso l’insegnamento spunti educativi. Questo avviene, se l’insegnante è portatore di una cultura che non coincide con la sua competenza nozionistica. La cultura di un insegnante non è soprattutto ciò che sa, ma, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, la cultura è ciò che si è. La cultura è il modo specifico di essere e di esistere dell’uomo, è quella posizione di fronte a se stessi e alla realtà che da posizione istintiva diventa visione.6° Don Giovanni: Come inculturare l'educazione?Mons. Negri: L’educazione si incultura se si apre alla dimensione della cultura in senso specifico. La cultura è una serie di iniziative, di problemi che devono essere affrontati, di giudizi che devono essere dati.

È necessario che la realtà educativa sappia anche diventare propositrice di giudizi culturali. Davanti a certi avvenimenti è necessario che la famiglia e la parrocchia diano delle opinioni e aiutino a giudicare il presente e il passato, cioè dimostrino che la comunicazione della verità è la comunicazione di un criterio con cui affrontare e vivere tutti i problemi. Una parrocchia che non fa quello che avete fatto voi questa sera è una parrocchia ridotta, perché  questa sera c'è stato un momento di insegnamento culturale. Se fra un mese la parrocchia decidesse di proiettare un film e di discuterlo, farebbe un'azione culturale. Bisogna che la vita della comunità, sia quella familiare sia quella parrocchiale, dimostri di avere una cultura che sa giocarsi anche in modo specifico nell'affronto dei problemi particolari.

7° Don Giovanni: Per quali motivi il giovane già in età pre-adolescenziale gira le spalle alla Chiesa?Mons. Negri:Paradossalmente direi che il giovane può girare le spalle alla Chiesa per un motivo valido, se la Chiesa non è in grado di fare una proposta per la sua vita e di fargli capire che la vita con Cristo è vera e bella. Il giovane se ne va perché non si sente accolto in questa sua domanda sostanziale. Il grande poeta inglese T. Eliot nei Cori della Rocca si faceva una domanda: "È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità o è l'umanità che ha abbandonato la Chiesa?". Negli ultimi secoli è un po' l'uno e l'altro, perché la Chiesa corre il rischio di essere solo un'istituzione di carattere spirituale e di carattere liturgico. Dico sempre ai miei preti che noi siamo nel grande centro commerciale. La nostra società è il grande centro commerciale dove si compra tutto quello che uno vuole e con il massimo dei vantaggi. Noi siamo ai piani più alti, vendiamo "beni religiosi". Su cento che entrano nel centro commerciale, cinque salgono ai piani superiori per gli oggetti religiosi, gli altri si fermano sotto. Se la Chiesa è questo, i giovani non ci seguiranno più. Ci sono momenti della vita in cui il giovane capisce che la questione fondamentale è che qualcuno gli dica le ragioni per cui vive. La fatica che stiamo facendo da cinque anni nella diocesi è far capire che la Cresima non è la fine del rapporto dei ragazzi con la Chiesa. Dopo la Cresima c'è la fuga verso il mondo. Ho detto ai ragazzi: "Devo venire qui a fare la Cresima con tutta la fatica che comporta  perché così il giorno dopo possiate incominciare a vivere senza nessun problema come i pagani?". Per vivere come i pagani non c'è bisogno dei Sacramenti della fede, per vivere come i pagani basta essere un po' stupidi.

Bisogna far percepire che è una novità di vita che deve essere vissuta. Questa è la grande responsabilità della Chiesa: mostrare che quello che noi diciamo è vita. Allora me ne vado, ma so a cosa dico di no e che cosa rifiuto. Di fronte ad ogni uomo, in ogni momento della vita, si apre certamente la grande questione della libertà. Non è garantito che ciascun uomo risponderà sempre di sì; è un rischio e noi dobbiamo vivere fino in fondo il rischio di una proposta che incontra la libertà che dobbiamo sostenere ma non possiamo sostituire. Se il bambino che nasce in una famiglia cristiana, che ha fatto di tutto per trasmettergli i valori non astratti della propria vita, ad un certo punto se ne va, non significa  che i due genitori hanno sbagliato. Significa che la libertà può essere vissuta male, come l'han vissuta male Adamo ed Eva che il Signore non ha certamente condizionato, ma che ha lasciati liberi anche di sbagliare. Dobbiamo amare fino in fondo la libertà e sostenerla con proposte adeguate, con un clima di amicizie, dimostrando ai nostri giovani che vogliamo loro bene, ma tutto questo in funzione della loro responsabilità. Quando vivono male la loro responsabilità dobbiamo essere loro vicini come è vicina la Chiesa a chi sbaglia, con una grande chiarezza di giudizio, ma anche con una grande misericordia. "Va' e non peccare più!".

7° Marco Pezzi: Io frequento il centro estivo con Don Giovanni e vedo che quando parliamo di Gesù e della Chiesa, alcuni ragazzi sono distratti perchè persi nei loro pensieri. Come possiamo noi educare questi nostri amici?Mons. Negri: Rimanendo fedeli a quello che avete incontrato e testimoniandolo continuamente senza imporsi loro, ma senza lasciarli perdere. La vostra deve essere una presenza carica di amore, che dice continuamente che questa è la strada giusta. Come afferma il Signore: "Se vuoi, puoi venirmi dietro". "Quante volte devo perdonare? - chiese San Pietro - Sette volte?”. "Settanta volte sette" rispose il Signore. Se noi siamo fedeli nell'essere dentro la vita dei giovani con una proposta chiara, speriamo che il Signore li faccia incontrare, presto o tardi, con quello che noi portiamo, ma soprattutto che abbiano il coraggio di dire una volta che ci hanno incontrato: "Ci sto". Non possiamo disinteressarci di loro e non possiamo costringerli. Non il disinteresse e la lontananza, ma neppure la volontà di imporre la cosa giusta perché è giusta. Dice il Concilio Vaticano II nella Dignitatis Humanae, il documento sul dialogo con i non cristiani: "La verità della fede si comunica da persona a persona e con dolcezza". La dolcezza non è dire “fai ciò che vuoi, perché alla fine siamo amici lo stesso”; la dolcezza è un modo di comunicare la verità. La verità è questa e io te la propongo; non te la impongo, ma non taccio di fronte a te. Fare una proposta vuole anche dire giudicare come certi giovani vivono, dire che non si è d'accordo, perché quel modo di vivere non è umano. Bisogna dire ciò con un continuo amore alla loro libertà e noi dobbiamo fare di tutto perché la nostra proposta sia positiva, ma non possiamo pretenderlo. Non possiamo pretendere né che sia positiva né che sia negativa; possiamo solo servire la loro risposta positiva se Dio concede loro la grazia. N.B. La trascrizione di questa conferenza non è stata rivista dal relatore.

 

 
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